Redistribuire il lavoro la ricetta europea per l’occupazione

12.02.2013 21:00

Più di 2 milioni di disoccupati, quasi 3 milioni di inattivi - né occupati né in formazione - più di 1 milione in Cassa integrazione, un tasso di occupazione del 56% rispetto al 64% europeo, questi sono i numeri attuali del dramma occupazionale italiano. Con una situazione simile, che spinge i giovani migliori ad emigrare, le donne a stare a casa ed il Mezzogiorno a languire, ci si aspetterebbero politiche del lavoro più attente ad una redistribuzione del lavoro piuttosto che, al contrario, tese a premiare la concentrazione del lavoro su poche spalle. Purtroppo da anni la politica italiana dell’occupazione va in direzione opposta a quella dei paesi europei più avanzati, Germania e Francia in testa. Ce l’ha ricordato anche Mario Draghi, non tanto timidamente, quando disse ad ottobre “in molti paesi dell’Eurozona la disoccupazione è stata mitigata da forme di flessibilità interne e di part time”. In tutti i paese tranne nel nostro. Come scrive anche l’ultimo rapporto annuale Eurostat sulla forza lavoro “nel 2011 il tasso di occupazione è aumentato in 14 paesi membri, anche in coincidenza con l’aumento di 0,3 punti percentuali della quota di lavoro part time sull’occupazione totale, quota che ha continuato a crescere in tutti i paesi, arrivando al 20,3% nel 2011”. I paesi europei con tasso di occupazione superiore al 70% sono anche tutti paesi con quote di lavoratori part time superiori alle nostre: Olanda 49%, Austria e Germania 26%,

Francia, 18% Svezia e Norvegia superiori al 25%, mentre in fondo ci sono Italia e Spagna, con part time del 15%. E questi paesi sono anche quelli con orari annuali più corti dei nostri. Grecia, Italia e Spagna sono i paesi con orari più lunghi e tassi di occupazione più bassi. L’Italia è l’unico paese europeo in cui l’ora di straordinario costa meno dell’ora ordinaria di lavoro. Anche il dato sul lavoro precario che costa meno, non giova alla produttività delle imprese. Aggiungiamo le politiche di allungamento dell’età pensionabile, necessarie per l’allungamento della vita, con l’Italia in testa - nel 2020 saremo l’unico paese europeo con età pensionabile di 67anni - che oggettivamente riducono gli spazi occupazionali. Per concludere, sinché gli attuali ampi divari di costo lavoro con i paesi emergenti non si ridurranno, l’unico modo di competere dei paesi industriali nel mercato globale è quello di puntare sulla qualità di prodotti e servizi più che sulla quantità. E la qualità non ha affatto bisogno di lunghi orari, ma di innovazione, formazione e coooperazione tra lavoratori e imprese. Il saggio Keynes aveva previsto che, a causa del progresso tecnico - la produttività cresce da sempre più della produzione - i nipoti avrebbero lavorato 20 ore la settimana se volevano lavorare tutti. Non invoco le 20 ore di zio Keynes, ma almeno le 35 ore di francesi, tedeschi e paesi nordici. In questa fase dello sviluppo mondiale, con tassi di crescita medi del Pil dei paesi industriali più vicini al 2% che al 3%, senza redistribuzione del lavoro non ci sarà lavoro per tutti e la ripresa, quando verrà, rischia di essere jobless, senza lavoro.