ELEZIONI: POCO “VERDI” I PROGRAMMI ELETTORALI di Renzo Penna (SEL)

13.02.2013 10:00

E’ molto severo il giudizio delle principali Associazioni ambientaliste - CAI, FAI, ProNatura, Greenpeace, Legambiente, TCI, WWF - nei confronti dei Programmi e delle “Agende” delle diverse coalizioni e partiti in lizza nelle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio 2013.[1] Secondo le quali è indispensabile che si costruisca anche in Italia un patto basato su un nuovo modello capace di considerare come: “inscindibili la dimensione ecologica e quella economica e sociale dello sviluppo” e sappia promuovere l’ampliamento degli indicatori di base utilizzati dalle politiche per verificare i livelli di progresso e di benessere delle società “andando oltre e superando il PIL”. Perché è illusorio pensare di fuoruscire dalla crisi: “senza il rispetto dei diritti costituzionali alla tutela della salute e dell’ambiente”.

In particolare dalla lettura approfondita dei Programmi viene evidenziato come: a) non assume centralità la grave crisi provocata dai cambiamenti climatici che impone scelte radicali di azzeramento delle emissioni in tutti settori e nel modello produttivo; b) non si pone con urgenza la questione degli indirizzi della nuova politica industriale e della riconversione post-industriale; c) non emerge una consapevolezza sull’importanza di garantire la tutela della biodiversità; d) non si aprono, per i settori che fanno parte del patrimonio consolidato della nostra economia - beni culturali, turismo e agricoltura - nuove prospettive, né si assume la necessità di interventi di rilancio. Nella sostanza “Agenda ambientalista” rivendica al futuro Governo e Parlamento un nuovo modello economico basato su una economia verde, chiede di non proseguire con politiche contingenti condizionate dalle lobby che difendono posizioni dominanti nei settori economici tradizionali e, in campo energetico, ipotecate dagli interessi dei gruppi industriali del comparto  delle fonti di origine fossile.

 

Secondo le Associazioni la ricerca di nuove soluzioni alla crisi economica capaci di dare risposte alla drammatica carenza di lavoro e occupazione non può prescindere da un intervento di tutela del territorio e dei beni paesaggistici e culturali del Paese. Che, nonostante il massacro subito dal dopoguerra ad oggi, mantiene un’intrinseca bellezza e una straordinaria presenza di beni.

In questo contesto la difesa del suolo, il suo assetto idrogeologico e la manutenzione preventiva devono costituire la prima vera “Grande Opera” pubblica da realizzare. Per la quale occorre predisporre un Piano ed avviarlo senza ulteriori indugi con interventi in grado di prevenire i rischi crescenti che derivano dai cambiamenti climatici in atto. A tal proposito le recenti notizie fornite dalla Conferenza nazionale che ha fatto il punto sulla situazione italiana del rischio idrogeologico non lasciano, al riguardo, molti dubbi.[2] Sono infatti oltre 5 milioni le persone esposte al pericolo costante di frane e alluvioni mentre l’82% dei Comuni italiani presenta aree a rischio idrogeologico. In sei regioni (Calabria, Molise, Basilicata, Umbria, Valle d'Aosta e nella Provincia di Trento) questa percentuale sale al 100 per cento, in altre due regioni (Marche e Liguria) al 99% e al 98% in Lazio e Toscana. Non a caso obiettivo dell'incontro è stato anche quello di: “accendere l'attenzione della politica e dei candidati alle prossime elezioni e al nuovo governo su questi temi”.

Negli ultimi 60 anni 3660 persone hanno perso la vita a causa di frane e alluvioni e il costo complessivo dei danni a seguito di questi eventi è superiore ai 52 miliardi di euro. Gli eventi calamitosi, come quelli recenti in Toscana o quelli del 2011 in Lunigiana e a Genova, ma come tutti quelli che hanno funestato il nostro Paese negli ultimi decenni, dalla storica alluvione del Po del 1951 che si è ripetuta nel 1994 e nel 2000, a quella di Firenze dell’Arno del 1966, ai tragici eventi che hanno mischiato le conseguenze di frane e alluvioni come in Valtellina nel 1987 o a Messina nel 2009, non sembra abbiano insegnato nulla. Anche secondo i dati diffusi da Legambiente la dimensione del rischio è ovunque preoccupante: “con una superficie delle aree ad alta criticità geologica che si estende per 29.517 chilometri quadrati, il 9,8% del territorio nazionale”, e il rischio idrogeologico riguarda 6.633 Comuni che hanno aree sensibili nel proprio territorio.

In particolare i fenomeni meteorologici sempre più intensi, concentrati in poche ore e su aree circoscritte, con alluvioni e danni anche in zone non eccessivamente antropizzate, dimostrano la necessità di pianificare e programmare le politiche territoriali nei prossimi anni.

 

Sono però soprattutto i dati del consumo di suolo in Italia, che risultano dagli studi dell’Istituto per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), che impressionano e dovrebbero essere maggiormente tenuti in conto dai programmi dei partiti. Dal 1956 al 2010 siamo passati da un consumo di suolo di 8mila Kmq a oltre 20.500. Tra le regioni che più hanno cementificato il proprio suolo primeggia la Lombardia, seguita dal Veneto e dal Lazio, e il consumo medio totale dell’Italia risulta pari a ben il 6,9%, mentre quello europeo si ferma al 2,8%. “E’ come - sostiene Salvatore Settis - se ogni anno si costruissero due o tre città nuove delle dimensioni di Milano e di Firenze, in un Paese a incremento demografico zero”. E tutto ciò avviene “a danno dei più preziosi suoli agrari - pianura padana, Campania un tempo felix, cioè feconda - colpendo al cuore l’agricoltura di qualità”.[3] Così negli ultimi dieci anni la Superficie Agricola Totale (SAT) è diminuita dell’8%.

E non è neppure vero che l’interruzione di questa dissennata cementificazione porti a conseguenze negative per la manodopera impiegata e le imprese. Di lavoro ve ne sarebbe di più solo se si decidesse di dare priorità alla messa in sicurezza del territorio, al recupero degli edifici abbandonati, alla ristrutturazione e al rinnovamento di molte delle attuali pessime periferie con una edilizia di qualità. Come del resto sostiene anche il recente Rapporto congiunto dell’Associazione nazionale costruttori edili e del Centro di ricerche economiche e di mercato dell’edilizia (Cresme).[4]

Analogamente nelle realtà industriali tecnologicamente superate e, sovente, incidenti dal punto di vista ambientale, occorrono piani di transizione capaci di ridurre il ricatto occupazionale nei confronti dei lavoratori interessati assicurando loro il passaggio ad un altro lavoro. La Green Economy già oggi rappresenta la migliore prospettiva di occupazione per il futuro: quasi il 40% delle assunzioni complessive programmate per il 2012 da tutte le imprese italiane dell’industria e dei servizi si deve alle aziende che investono in tecnologie green, e sono stati oltre 241mila i nuovi addetti in un solo anno.

 

Sorprende molto, poi, che in questo contesto non desti adeguata reazione e scandalo chi - come l’ex presidente del Consiglio - per farsi votare promette in campagna elettorale un condono edilizio “tombale”. Giustamente per Michele Serra chi si comporta in tale modo: “è un criminale che odia il proprio Paese, attenta all’integrità del suo paesaggio, incoraggia il disprezzo delle leggi e l’egoismo sociale, catalizza i peggiori istinti degli italiani e la loro attitudine a non prendere sul serio alcun divieto, alcuna norma, perché non esiste divieto o norma che non siano contrattabili e superabili”.[5]  

 

Alessandria, 12 febbraio 2013

            

 

 

 

 

 

 



[1] Elezioni nazionali 2013:  AGENDA ambientalista per la Ri/Conversione ecologica del Belpaese

 

[2]  Redazione Online del "Corriere della Sera" - 6 febbraio 2013

 

[3] Salvatore SETTIS: “Il cemento famelico”, la Repubblica 8/02/2013

[4] Vedi la nota 3

[5] Michele SERRA: L’Amaca, la Repubblica 10/02/2013